MUSEO VERDIANO DI CASA BAREZZI – Busseto


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Casa Barezzi è una casa-museo e, così come la Casa natale alle Roncole o la villa di Sant’Agata, è un “luogo verdiano” di grande suggestione evocativa. Sorge quasi alla fine della lunga sequenza di portici che fanno corona alla strada principale di Busseto, affacciandosi sulla piazza dirimpetto alla Rocca Pallavicino.
Sulla sua facciata spicca la targa di marmo che onora Antonio Barezzi come colui che “comprese il genio, incoraggiò i cimenti, presagì la gloria di Giuseppe Verdi” (testo di Arrigo Boito, 1913). Il ritratto bronzeo del mecenate è opera coeva di Luigi Secchi. Antonio Barezzi (Busseto, 23 dicembre 1787-21 luglio 1867), commerciante di coloniali e liquori e proprietario di vari poderi, era una figura in vista nella cittadina. Animato da grande passione per la musica e pratico di ben cinque strumenti (flauto, clarinetto, corno, oficleide e contrabbasso), fondò nel 1816, con il maestro Ferdinando Provesi – organista della chiesa collegiata di S. Bartolomeo e insegnante alla Scuola municipale di musica – la Società filarmonica bussetana, che dirigeva e ospitava nella sua casa.
La sala padronale della dimora diventò così il fulcro della vita musicale locale: sede delle prove dei filarmonici, luogo d’incontro e d’esibizione per giovani talenti tra cui Giuseppe Verdi (1813-1901) ed Emanuele Muzio (1821-1890), che sarà uno dei grandi direttori verdiani dell’Ottocento.
Dal 1831, su richiesta della moglie del negoziante, che spaventata dall’assassinio di un ricco vicino ebreo si sarebbe sentita più sicura con una presenza domestica virile, Verdi iniziò ad abitare in Casa Barezzi, come insegnante di pianoforte della figlia Margherita. Nel 1832 Barezzi accompagnò il giovane Verdi al Conservatorio di Milano e, dopo la bruciante delusione per il mancato accoglimento, ne sostenne gli studi privati con il maestro Lavigna e favorì la concessione del sussidio scolastico del bussetano Monte di Pietà. Dopo il ritorno a Busseto Verdi sposò Margherita, il 4 maggio 1836, nell’oratorio della SS. Trinità e la festa si svolse in Casa Barezzi. Nel 1844 vi compose l’opera I due Foscari e anche in seguito vi tornò spesso, con la seconda moglie Giuseppina Strepponi. Margherita era, infatti, scomparsa a Milano il 18 giugno 1840, a 26 anni, preceduta dai figli in tenera età Virginia e Icilio. È storia che nel luglio 1867 il compositore suonò il “Va pensiero” per rasserenare gli ultimi istanti dell’amato benefattore morente, di cui “l’ultima parola, l’ultimo sguardo fu per Verdi” come scrisse poi la Strepponi. Anni dopo, gli eredi Barezzi fecero rinnovare e decorare il Salone con fine gusto eclettico da Giuseppe Baisi, autore degli ornati del Teatro Giuseppe Verdi. Oggi il Salone di Casa Barezzi è sede dell’Associazione Amici di Verdi, che ne ha curato i restauri nel 1979 (madrina Renata Tebaldi) e nel 1998. Qui gli arredi sono tutti originali: mobili, quadri, il fortepiano viennese, ritratti di famiglia tra cui quello a olio di Barezzi sul camino seicentesco di pietra, autografi verdiani, bozzetti del costumista Alfredo Edel. Alcuni cimeli sono concessi a titolo di deposito, come il dipinto di Romano Di Massa (proprietà della Fondazione Cariparma) che raffigura Verdi seduto al Caffè Cova di Milano tra i celebri colleghi Puccini, Mascagni, Leoncavallo, Catalani, Toscanini (scena di pura fantasia). Del Museo Civico è il calco in gesso del viso e della mano del Maestro, preso dallo scultore Luigi Secchi l’indomani della sua morte in Milano il 27 gennaio 1901. Nelle stanze attigue è stato inaugurato il 10 aprile 2001 il nuovo Museo, che ripercorre la carriera di Verdi dalla giovinezza alla morte. La nuova zona espositiva, frutto della generosa donazione dei coniugi Gianfranco e Ketty Stefanini, è introdotta dal busto bronzeo del Maestro, opera di Vincenzo Gemito. Notevole e scelta è la ritrattistica verdiana: dal carboncino di Stefano Barezzi, fratello di Antonio (1836), allo stupendo pastello di Francesco Paolo Michetti del 1887, epoca della prima di Otello. Tra gli autografi verdiani la dedica dell’opera Macbeth al suocero (1847) e l’appello patriottico scritto nel 1859 durante la II guerra d’indipendenza per “una sottoscrizione a favore dei feriti e delle famiglie povere di coloro che morirono per la patria”. Bene illustrano il mito verdiano caricature di Melchiorre Delfico e la stampa francese “Le jardin de l’Harmonie” (1875 ca.) con i maggiori musicisti viventi all’epoca e, tra le nubi, i compositori già defunti. Piccole sezioni sono dedicate all’allievo di Verdi Emanuele Muzio e a Giuseppina Strepponi (1815-1897). Alle pareti, una rara raccolta di oltre 60 incisioni che ritraggono interpreti verdiani dell’800. La sezione dedicata a Verdi termina con il ricordo della morte e dei funerali nella stampa dell’epoca e con l’ode di Gabriele D’Annunzio “In morte di Giuseppe Verdi” in manoscritto originale (1901). Suggellano il percorso locandine e manifesti che ricordano le più importanti stagioni d’opera del Teatro Verdi di Busseto a partire dall’inaugurazione (1868) e le presenze di Arturo Toscanini e di Riccardo Muti nelle celebrazioni verdiane del 1913, 1926 e 2001.

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INFORMAZIONI
Museo verdiano di Casa Barezzi
via Roma, 119
43011 Busseto (PR)
tel. 0524 931117 cell. 346 0511385
info@museocasabarezzi.it
www.museocasabarezzi.it

Orari:
martedì-domenica: 10-12.30* / 15-18.30*, con ora solare 14.30-17.30*
(*la biglietteria chiude mezz’ora prima)
dicembre, gennaio e febbraio: domenica o su appuntamento
lunedì non festivi, 25 dicembre e 1° gennaio: chiuso

Ingresso:
a pagamento, con visita guidata ogni ora
(40 min. circa)